Guardare il mondo con gli occhi del possibile

Guardare il mondo con gli occhi del possibile

Quanti bambini ho incrociato lungo la strada che da Piazzale Cadorna è arrivata fino alla nuova Darsena di Milano. Chi a piedi, chi con il monopattino. Chi con mantellina, guanti e spugna aiutava a pulire i muri del centro di Milano macchiati di scritte incomprensibili fatte di vernice, nere, grevi, dure da cancellare dopo i disordini dei black bloc del primo maggio. Dovunque un gran divertimento, una bella domenica di festa, ricca di sorrisi con un sacco di genitori e di coetanei: quella che i bambini preferiscono!

E mentre scorrevo il corteo quasi di nascosto allungavo l’orecchio e li ascoltavo, immagato dalla loro curiosità, dalle domande che rivolgevano ai loro genitori. I bambini già quando hanno 3-4 anni sono in grado di interrogare il mondo con la stessa essenzialità e radicalità dei filosofi, perché vogliono capire il senso delle cose, mossi solo dal loro stupore e dalla meraviglia. Senza pregiudizi qualcuno guarda una vetrina sfasciata e chiede semplicemente: “Papà perché quel vetro è rotto?”, “Mamma, chi è stato a scrivere sul muro?” e poi “Perché hanno rotto le vetrine e scritto sul muro?”. Qualcun’altro ha già avuto una risposta, sa che ci sono dei responsabili, ma non ci pensa nemmeno a punirli: racconta al fratellino che vuole fare una magia per trasformare tutto e cancellare così d’incanto tutti i malefici, lì nel suo mondo dove può vedere la realtà con gli occhi del possibile. Altri bambini aiutano i genitori e gli altri ragazzi più grandi e puliscono i muri: è un gioco! Qualcuno, come Marco, non la smetterà più e continuerà a pulire anche una volta ritornati a casa, fino a tardi.

E poi ci sono le risposte dei genitori. Chi cerca di confezionare una risposta semplice, ma efficace, chi al contrario spiega troppe cose mentre il suo bambino ha già distolto l’attenzione dalla sua domanda, chi vuole definire un modello e denigra violentemente i responsabili perchè non vuole che i figli, già in presunzione di colpevolezza, crescano alla stessa maniera. Chi risponde che i black bloc forse in passato non sono stati amati a sufficienza. Chi, più imbarazzato, risponde: “Te lo spiego a casa”. Chi ignora e tace.

bimba_in_corteo
bimba_in_spalle

Il bambino interroga il mondo e questa sua propensione a interrogarsi sulla vita e sulle cose che accadono non va licenziata nell’ambito dell’ingenuità, ma al contrario va sollecitata ed esige pure delle risposte altrettanto essenziali, mirate e di sostanza, che proprio per questo non devono essere necessariamente delle risposte pronte, veloci e sicure (che generano solo panico nei genitori).

Probabilmente la risposta che più mi è piaciuta, rivolta da una mamma a sua figlia durante il corteo, è stata: “E tu? Cosa pensi? Perché pensi che l’abbia fatto?”. L’interrogazione apre le porte alla riflessione. Non sempre c’è bisogno di una risposta pronta all’uso. Non sempre c’è una risposta! Spesso è meglio invece attivare il confronto, il dialogo, per focalizzare bene la domanda e capire assieme ai bambini come loro interpretano le cose e gli avvenimenti, costruendo assieme con loro una linea e un metodo di pensiero. La domanda di rimando e il confronto li stimola a una modalità di pensiero più analitica, restituisce alla riflessione interiore il modo in cui elaborano la conoscenza del mondo, li fa sentire importanti, fa crescere in loro l’autostima e l’autonomia.

Soprattutto di questi tempi, in cui le nuove generazioni tendono invece a delegare alla rete, a Internet e ai social network il compito di rispondere velocemente a ogni loro minimo interrogativo e elementare bisogno cognitivo. In Internet c’è sempre una risposta pronta all’uso! Abituarli a interrogarsi fin da piccoli significa invece portarli ad avere un accesso critico, a non accontentarsi della prima risposta, a non seppellire il pensiero sotto lo streaming facile del buon senso comune, dell’ovvio, che serve solo a non far faticare il cervello, ma a concedere loro sempre il beneficio dell’interrogativo, della ricerca, del confronto, dell’analisi interiore. A essere costruttori attivi, non utilizzatori passivi di conoscenza (anche in rete).

Immagine di Marielle Binken

Immagine di Marielle Binken

Costruttori, non distruttori. Innovatori, non denigratori. Il nostro cervello è strutturato per pensare positivo e infatti per i bambini non è difficile farlo. I bambini si nutrono di speranza, di gioia, di ottimismo: di un fatto, di un avvenimento preferiscono vedere il bicchiere mezzo pieno rispetto a quello mezzo vuoto. Non si disperano di fronte a una vetrina rotta, ma ti dicono: “Perché non l’aggiustano?”. Essere ottimisti non significa essere superficiali, ma vuol dire saper valutare i problemi con sicurezza, senza la paura di affrontarli. Non vuol dire accettare che il mondo è giusto così perché funziona così, ma vuol dire contare sulle risorse disponibili per trovare delle soluzioni in un senso costruttivo.

Per questo i bambini vanno aiutati e stimolati a crescere pensando in positivo, non solo di fronte a un mondo fatto di black bloc che distruggono le vetrine dei negozi e incendiano le auto, ma anche di fronte ai pensieri negativi, stanchi e disincantati degli adulti di una società in crisi che non ha più speranze da trasmettere alle generazioni future.

Non togliamo ai bambini la possibilità di guardare il mondo con gli occhi del possibile.

Ugo Guidolin

Ugo Guidolin

Conosciuto anche come Oogo, che era l'unico modo di far pronunciare il suo nome a un computer con i fonemi inglesi nel 1989, è affetto dalla sindrome di Peter Pan e ritiene che per essere Grandi non bisogna essere per forza grandi. Ha scritto un sacco di storie per i bambini digitali a partire da "Wolfgang il Cyberlupo" (Mondadori, 1995), ma solo una per i bambini di carta: "Sybo il mio amico stratosferico" (Edizioni Paoline, 2010). È Head Of Design e Partner di Koo-koo Books e insegna pure all'Università (Antropologia Culturale dei Media Digitali).