Una storia per raccontare l’era digitale ai bambini

Una storia per raccontare l’era digitale ai bambini

Cinque anni fa usciva nelle librerie l’unica storia di carta per ragazzi che ho scritto. Quando ho cominciato a scriverla pensavo sempre a come potevo raccontare a ragazzi di 6-11 anni l’era di grande trasformazione che stavano vivendo e come l’introduzione delle tecnologie digitali nella loro vita quotidiana stava mutando di fatto il loro modo di vivere, di pensare e di relazionarsi in rapporto a un’evoluzione antropologica che assottiglia sempre più il reale e lo proietta e moltiplica anche all’interno di mondi virtuali. Mondi dove la virtualità può anche annullare o modificare la realtà. Sono i temi che sfidano quotidianamente i miei studi e le mie ricerche, e volevo trovare il modo di trasmettere a loro la possibilità di ragionare sul senso di questa trasformazione, dare a loro gli strumenti simbolici per la visione d’insieme di una matrice di bit che, come puntini da unire su un foglio, deve ricondurre a unità il tutto attraverso…

Non esistono schermi buoni o schermi cattivi, esistono solo bravi educatori!

Non esistono schermi buoni o schermi cattivi, esistono solo bravi educatori!

Stimolato da una riflessione lanciata da Anna Pisapia su Facebook su un articolo di Repubblica di Elena Dusi dal titolo “Ogni giorno otto ore al tablet: per i piccoli è una droga”, mi rendo conto che come al solito l’informazione rischia di diventare disinformazione, o meglio di peggiorare l’accesso critico ai temi dell’educazione ai nuovi media, dividendo l’opinione pubblica agli estremi di un campo di battaglia tra apocalittici digitali e techno-fan, ovvero tra chi come extrema ratio sarà portato a decidere se censurare qualsiasi dispositivo elettronico ai propri figli o se invece lasciarli liberi di usare in maniera arbitraria questi strumenti. In ambedue i casi il risultato sarà lo stesso: avremo creato comunque in loro un disagio sociale di qualche entità. Molti genitori vengono indotti, infatti, come sembra suggerire non troppo velatamente nell’articolo anche un esperto psicoterapeuta come Fulvio Scaparro, a pensare che la scelta in definitiva da fare per il bene dei propri…

Un amore che fa la differenza

Un amore che fa la differenza

Quando penso alle difficoltà che comporta oggi essere dei genitori mi viene sempre in mente lo sketch del famoso comico americano C.K. Louis, in cui un papà cerca di rispondere a una vera e propria raffica di “perchè” che gli vengono letteralmente inferti dalla figlia. Il tutto parte da una domanda semplice: “Papà possiamo uscire a giocare?” a cui segue un “No” e da lì un’escalation comica di risposte e spiegazioni sempre più complesse che spostano sempre più la domanda esistenziale dalla figlia al genitore. Il finale è la chicca che chiude il piccolo confronto tra padre e figlia e mette finalmente in pace l’ansia di sapere della bambina. Quindi prima di anticiparvela qui di seguito, vi consiglio veramente di vedere tutto il filmato (se odiate la pubblicità prima del video come me, potete vederlo qui su YouTube). Ogni volta che lo vedo penso che mio papà deve aver avuto vita…

Un dispositivo veramente rivoluzionario… Il libro!

Un dispositivo veramente rivoluzionario… Il libro!

Dibattere ancora se sia meglio il libro digitale o quello stampato non ha molto senso. Questi dibattiti mi ricordano un po’ quelli dei geek nei forum e sui social quando discutono accanitamente se sia meglio un iPhone o un Samsung, o se il sistema Android o quello di Apple. Fiumi di post e conversazioni da stadio per esaltare l’una o l’altra fede tecnologica. Che poi tanto si va sempre a finire sulla potenza della fotocamera e su chi c’ha il sensore più elevato (perchè poi, alla fine, di machismo tecnologico si tratta), motivo per cui oggi Apple colma il gap tecnologico rispetto a Samsung con un’abile campagna pubblicitaria, quella che riempie le nostre città di immagini Scattate con iPhone 6. Ecco, nei dibattiti sul futuro dei libri spesso devo assistere agli stessi vecchi alterchi degli apocalittici e degli integrati. I primi che, dopo aver esaurito le poche cartucce in difesa del caro…

L’esperienza digitale è un’esperienza reale che i bambini devono poter usare veramente

L’esperienza digitale è un’esperienza reale che i bambini devono poter usare veramente

Il primo progetto interattivo per bambini l’ho realizzato nel 1995. Si chiamava “Wolfgang il cyberlupo”. Era la storia di uno scienziato pazzo, talmente pazzo da escogitare la più atroce delle missioni che si potessero immaginare la notte di Natale: dare vita a un lupo cibernetico per attraversare la foresta, fargli raggiungere a valle la casina di un’”innocua” nonnina e rapire il tacchino destinato alla sua cena per utilizzarlo come cavia per i suoi esperimenti scientifici. “Come?! Una storia horror per bambini?!” Sì certo, la storia oggi potrebbe far impallidire qualche genitore. In realtà Wolfgang riprendeva i temi e gli ingredienti classici della favola classica e ne trasformava le paure in una serie di sketch e prove da superare per i bambini comiche, divertenti e a lieto fine che riducevano la figura del terribile cyberlupo – “forgiato in titanio e acciaio temperato” – in un misero Wil Coyote e quella del…

5 modi alternativi di giocare con i vostri bambini e un iPhone

5 modi alternativi di giocare con i vostri bambini e un iPhone

È estate! La scuola è finita ed è tempo di uscire, giocare e divertirsi eppure… “È sempre su quel dannato telefono cellulare! E dico sempre! Sempre incollato a quel telefonino!!!”… Tuttavia, se sono proprio i genitori che, in cambio di un seppur meritato relax, hanno insegnato ai loro figli fin da piccoli a gestire la loro autonomia con un diversivo digitale, diventa più difficile poi sganciarli da quel modello una volta che questi diventano autonomi e più adulti, sperando alla fine che escano a giocare all’aperto come ai vecchi tempi del quando-eravamo-piccoli-noi. Nulla va dato per scontato e anche il digitale che fa parte del loro mondo fin dalla nascita, non dev’essere considerato uno strumento opzionale della vita, un diversivo ludico, ma oggetto di una seria azione educativa da parte dei genitori che va ben oltre la semplice e immediata censura. E allora ecco 5 modi alternativi di giocare in famiglia con un iPhone!

Virtuali o virtuosi?

Virtuali o virtuosi?

Quando avevo 4 anni la tecnologia più sofisticata che avevo era un televisore in bianco e nero e una manopola da girare per cambiare canale. Nonostante questo, quel poco di interazione che avevo a disposizione era quanto bastava a calamitare tutta la mia attenzione sul televisore e le sue manipolazioni. A un amichetto di mia figlia molti anni dopo, serviva molto meno: a lui bastava che la televisione fosse accesa.

Le storie sono esperienze

Le storie sono esperienze

“Che ci fanno insieme una ruota di pietra, l’impronta di un’astronauta e uno smartphone?”. Di solito inizia così il mio corso di lezioni all’Università. Gli studenti tentano di strutturare ragionamenti storici argomentati e logici, cercano di incanalare questi tre oggetti dentro gabbie culturali astratte che hanno già in mente. Poi, alla fine, nella maggior parte dei casi si arrendono: pensano probabilmente che io li stia prendendo in giro o che sia un pazzo. Allora li invito a costruire una storia, sì una storia che unisca questi tre elementi e che parli dell’evoluzione dell’uomo. Le cose così diventano più facili, non si deve argomentare, ricorrere all’astrazione, basta l’immaginazione, saper tessere delle trame (non è un caso che l’origine del termine “testo”, dal latino textum, significhi proprio questo), unire dei puntini, dati e fatti storici che fanno da ponte tra le diverse fasi, secondo un linguaggio simbolico che li conduce via via…

Guardare il mondo con gli occhi del possibile

Guardare il mondo con gli occhi del possibile

I bambini interrogano il mondo. Stimolarli a interrogarsi fin da piccoli sui fatti del mondo significa aiutarli ad avere un accesso critico, a non accontentarsi della prima risposta, a non seppellire il pensiero sotto lo streaming facile del buon senso comune, dell’ovvio, che serve solo a non far faticare il cervello. A essere costruttori attivi, non utilizzatori passivi di conoscenza. i bambini vanno aiutati e stimolati a crescere pensando in positivo, non solo di fronte a un mondo fatto di black bloc che distruggono le vetrine dei negozi e incendiano le auto, ma anche di fronte ai pensieri negativi, stanchi e disincantati degli adulti di una società in crisi che non ha più speranze da trasmettere alle generazioni future.

Perché è importante far crescere bambini “smanettoni”

Perché è importante far crescere bambini “smanettoni”

Come tutti i bambini con i capelli rossi quando ero piccolo ero una peste. Ero capace di scalpellare il muro della mia camera per cercare di creare un tunnel che di notte mi portasse alla zona giorno di nascosto dai miei genitori coprendo di volta in volta il buco con un poster di Qui, Quo e Qua. Ero capace di scavare anche un buco nel terreno del giardino del nonno perché dovevo capire cosa c’era al centro della Terra: il mio migliore amico, infatti, mi aveva detto che avremmo trovato prima l’acqua, poi la pietra e infine il fuoco. Ero capace anche di scassinare la porta del gazebo degli attrezzi del vicino di casa perché convinto che quello era una covo di streghe e qualcuno le streghe prima o poi le doveva affrontare e uccidere. Insomma non ero proprio un bambino tranquillo, ma se c’era un trucco per farmi stare buono un paio di orette quel trucco si chiamava Meccano.

Facciamo finta che… so leggere!

Facciamo finta che… so leggere!

C’è un momento della crescita, intorno ai 2-3 anni, in cui un bambino comincia a interessarsi alle lettere, perché prende consapevolezza dell’importanza che questo ha anche per gli adulti. L’alfabeto diventa così in questa fase un nuovo e divertente gioco. Ricordo che mia figlia mi chiedeva in continuazione cosa fosse scritto in qualsiasi giornale, cartellone pubblicitario, segnaletica incrociasse il suo sguardo. Arrivati poi a casa si chiudeva nel perimetro di un foglio bianco circondata da matite colorate e cominciava a tessere disegnando un incredibile bricolage di tanti personaggi, oggetti, ma soprattutto una moltitudine di lettere, ovunque. Poi si precipitava da me a raccontarmi quella storia, cambiando più volte la narrazione, ma utilizzando la stessa mappa di elementi, raccontando e ri-raccontando gli stessi oggetti in modi sempre diversi, mutando nomi, comportamenti e associando talvolta anche suoni e piccole canzoncine. Io la guardavo ammutolito e mentre la mia mente si perdeva nella…