Virtuali o virtuosi?

Virtuali o virtuosi?

Quando avevo 4 anni la tecnologia più sofisticata che avevo era un televisore in bianco e nero e una manopola da girare per cambiare canale. Nonostante questo, quel poco di interazione che avevo a disposizione era quanto bastava a calamitare tutta la mia attenzione sul televisore e le sue manipolazioni. A un amichetto di mia figlia molti anni dopo, serviva molto meno: a lui bastava che la televisione fosse accesa.

Tanta era la meraviglia di vedere quella scatola elettrica di luci in azione (a casa sua i genitori gli proibivano di vederla, ndr) che incollava gli occhi allo schermo e cadeva letteralmente in stato “catatodico”. I balletti di mia figlia davanti al televisore per distoglierlo e invitarlo a giocare con lei non bastavano a schiodarlo: non rispondeva mai e con gli occhi sbarrati sul teleschermo, lentamente scostava la testolina per aprirsi uno spiraglio e continuava a fissare la tv. Avevo pure paura di prendere il telecomando e chiudere improvvisamente il televisore: non sapevo quali reazioni avrebbe potuto provocare su di lui un’azione così drastica… Tante volte si presentava a casa mia, mi chiedeva se c’era mia figlia e quando gli rispondevo che non era ancora tornata a casa da scuola, lui spiegava un bel sorriso e due begli occhioni complici e mi chiedeva: “Beh… posso guardare intanto la televisione finchè non arriva?!…”.

Lui, a differenza di quando ero piccolo io, non doveva nemmeno manipolarlo il televisore… Bastava che fosse acceso!

Ancor oggi, ogni tanto penso a lui e mi chiedo: “Ma ce l’avrà uno smartphone o un tablet?”. Poi smetto subito di interrogarmi perché non oso immaginare quali mutazioni potrebbe aver subito nell’impatto con la nuova generazione di schermi digitali: sarà uno di quei ragazzi che camminano per strada continuando a tappare su uno smartphone senza alzare mai gli occhi dallo schermo? Oppure un videogiocatore incallito sempre concentrato sullo schermo del computer o della tv?

Ovviamente mi piace pensare che il suo consumo di media abbia trovato dei confini nella sua giornata, ovvero quelli che spetterebbero alla cornice di uno schermo. Sì perché ogni tanto ci dimentichiamo che ogni schermo ha anche una cornice! Una cornice che esclude tutti gli elementi che stanno al di fuori per concentrare l’attenzione dell’utente o dello spettatore esclusivamente sulla rappresentazione di quelli in essa contenuti. Lo è la cornice di uno schermo televisivo, del cinema o di un dispositivo digitale, ma lo è anche la cornice di una fotografia o di un dipinto. Chi osservando, per esempio, un grande affresco del Rinascimento – si pensi alla Scuola di Atene di Raffaello o la Cena in Casa Levi di Paolo Veronese – alla fine non vuole anche avvicinarsi, escludendo tutto quello che c’è intorno fino ad arrivare quasi a escludere dalla sua vista perfino la cornice stessa, per entrarci dentro?

La cornice è un confine netto tra illusione e realtà, tra spazio virtuale e reale, il confine di una finestra che, seppur collocata fisicamente negli spazi della nostra realtà quotidiana, si apre a nuove dimensioni spazio-temporali in cui convogliare i nostri sensi e la nostra esperienza.

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Certo non penso che da piccolo sarei potuto affogare dentro il minuscolo mondo in bianco e nero del mio televisore dalla cornice spessa ed evidente. Forse è questo il motivo per cui gli schermi dei televisori di oggi diventano sempre più grandi, piatti e sottili, vengono appesi al muro e vengono dotati del dolby-sorround: è come se volessero abbracciare e occupare tutto lo spazio visivo e sonoro, assumendo i connotati, non di uno schermo, ma di una finestra proiettata oltre la realtà.

Tante volte mi sono interrogato se le nuove generazioni, i nostri figli, i cosiddetti nativi digitali – che come abbiamo visto non sono poi così digitali – abbiano la percezione e la consapevolezza di questa cornice che separa il loro mondo reale da quello virtuale. Le loro cornici in genere non sono grandi come la televisione, ma pervadono in maniera persistente e immersiva il loro mondo reale. Entrano nella tasca dei pantaloni e si muovono con loro in ogni momento della giornata, scandiscono la loro vita tanto nella dimensione fisica quanto in quella di rete, attivando relazioni con persone tanto reali quanto conosciute solo nei social network. I ragazzi di oggi fanno i compiti con amici sconosciuti tramite Ask.fm e Yahoo Answers, vanno nel panico se un amico che ha visualizzato il loro messaggio in WhatsApp non risponde subito, come se si fossero rivolti a lui e venissero ignorati realmente. Perfino la seduzione e le dichiarazioni d’amore, che prima erano frutto di una lunga metabolizzazione interiore che sfociava alla fine in un appuntamento e una dichiarazione ufficiale, oggi scorrono subito esplicite nei social network e attraverso le chat (salvo poi scontrarsi con imbarazzo nel mondo reale).

I ragazzi di oggi aprono continuamente spazi di connessione tra la sfera reale e quella virtuale, consumando di fatto la cornice che le separa, ma l’annullamento della cornice rischia di appiattire l’esperienza individuale e personale all’interno di un unico campo di esperienza: la rete. Il luogo dove loro si raccontano di più sono, infatti, Facebook, Tumblr e gli altri social network e il loro privato diventa paradossalmente pubblico, viene esposto in vetrina. L’assenza di cornice coinvolge ovviamente anche gli adulti, anch’essi presenti nelle stesse reti sociali e con le stesse modalità. Il rischio nelle loro relazioni con i ragazzi è l’appiattimento dei ruoli: pensiamo ad esempio a un’insegnante che nella sfera reale deve mantenere una determinata posizione e un ruolo guida nei confronti dei suoi studenti, ma che nella sfera virtuale di un social network diventa una dei loro amici, condividendo ed esponendo pubblicamente le proprie esperienze personali alla pari di quelle dei suoi allievi.

L’istinto di chi sta leggendo in questo momento potrebbe essere quello di ricorrere alla censura: “Meglio togliere ai propri figli la possibilità di utilizzare smartphone e tablet!” Temo, ahimè, che il risultato non sarebbe tanto diverso da quello del mio piccolo amico della Tv: anche a lui avevano tolto la Tv, ma questo non gli ha impedito di rientrare nel mainstream della sua generazione e con una ricaduta forse ancor peggiore!

Viviamo in un mondo iperconnesso e questo è un dato di fatto e può rappresentare per i bambini una grande opportunità invece che un grande rischio. La soluzione non è escludere i propri figli dalla grande esperienza della comunicazione digitale, ma sviluppare in loro, fin da quando sono piccoli, la consapevolezza della cornice che separa il loro mondo reale e privato dal loro mondo virtuale e pubblico: educandoli al senso della privacy, al significato e alle modalità d’uso dei diversi canali e degli strumenti di comunicazione in rete, responsabilizzandoli nell’uso attraverso regole semplici, immediate, ma costanti, rinforzando in loro la consapevolezza che il loro comportamento e ruolo non deve cambiare nel mondo reale e in quello virtuale, e soprattutto seguendoli e giocando con loro in rete, dandogli indicazioni e consigli, facendoli sentire importanti quando devono darci loro con entusiasmo dei consigli tecnologici che hanno scoperto da soli o saputo dai loro amici, senza creare competizione, ma condividendo con loro sempre queste esperienze perché il nostro esempio, soprattutto quando sono piccoli, è la migliore educazione.

Per sottolineare come non si tratti di ostacolare l’avvicinamento di bambini e ragazzi alle nuove tecnologie, quanto piuttosto di guidarli verso un uso corretto e consapevole, assieme a un gruppo multidisciplinare di esperti coordinati dal Centro per la Salute del Bambino (CSB) abbiamo messo a punto anche un documento che potete scaricare da qui: “Tecnologie digitali e bambini: indicazioni per un utilizzo consapevole”.

Evidenzia di rosso la cornice del tuo televisore!

Ugo Guidolin

Ugo Guidolin

Conosciuto anche come Oogo, che era l'unico modo di far pronunciare il suo nome a un computer con i fonemi inglesi nel 1989, è affetto dalla sindrome di Peter Pan e ritiene che per essere Grandi non bisogna essere per forza grandi. Ha scritto un sacco di storie per i bambini digitali a partire da "Wolfgang il Cyberlupo" (Mondadori, 1995), ma solo una per i bambini di carta: "Sybo il mio amico stratosferico" (Edizioni Paoline, 2010). È Head Of Design e Partner di Koo-koo Books e insegna pure all'Università (Antropologia Culturale dei Media Digitali).