Le storie sono esperienze

Le storie sono esperienze

“Che ci fanno insieme una ruota di pietra, l’impronta di un’astronauta e uno smartphone?”. Di solito inizia così il mio corso di lezioni all’Università. Gli studenti tentano di strutturare ragionamenti storici argomentati e logici, cercano di incanalare questi tre oggetti dentro gabbie culturali astratte che hanno già in mente. Poi, alla fine, nella maggior parte dei casi si arrendono: pensano probabilmente che io li stia prendendo in giro o che sia un pazzo.

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Allora li invito a costruire una storia, sì una storia che unisca questi tre elementi e che parli dell’evoluzione dell’uomo. Le cose così diventano più facili, non si deve argomentare, ricorrere all’astrazione, basta l’immaginazione, saper tessere delle trame (non è un caso che l’origine del termine “testo”, dal latino textum, significhi proprio questo), unire dei puntini, dati e fatti storici che fanno da ponte tra le diverse fasi, secondo un linguaggio simbolico che li conduce via via sempre più verso un comune contesto narrativo, un codice di lettura.

Per un bambino è molto più facile questo esercizio. Il bambino è più abituato dell’adulto a costruire storie, creare personaggi, inventare situazioni e contesti narrativi. I bambini giocano sempre a “fare finta che”. Quando ho posto la stessa domanda a mia figlia, che doveva sviluppare la tesina di terza media sulla comunicazione, ne venne fuori un racconto che poi lei alla fine intitolò: “La storia dell’uomo è la storia del suo piede”…

So che qualcuno, nel frattempo, si starà interrogando sulla connessione dei tre elementi raffigurati lì sopra nella speranza che io prima o poi ne dia una lettura… E invece no! Credo proprio che toccherà a voi tirarne fuori una “scrittura”. Rimettetevi in gioco e tornate ad essere un po’ bambini: costruitevi da soli la vostra storia!

Ma fatelo come lo fanno i bambini: non solo per il gusto di immaginare o fantasticare, ma con lo stesso spirito di immedesimazione del fare finta che, di proiettarsi in una situazione, in un personaggio, in un problema vero. I bambini si tolgono così lo sfizio di riuscire ad affrontare coraggiosamente, nel mondo del possibile, qualche problema sull’esistenza e sulla condizione umana, su cosa è buono e cosa è cattivo, cosa è giusto e cosa è sbagliato, su chi siamo e chi non siamo. Perché le storie a questo servono!

Spesso i bambini vogliono che i genitori leggano loro sempre la stessa storia, perché in quella finzione si nasconde la loro realtà. La narrazione è la dimensione in cui un loro piccolo-grande problema, una preoccupazione, un disagio o una grande gioia interiore, vengono messi in scena davanti ai loro occhi: li possono vedere, li possono capire, elaborare, metabolizzare in un gioco scomponibile di ruoli e situazioni.

Nel racconto di Riccioli d’Oro, per esempio, una bambina può fare esperienza delle criticità del crescere, ossia del non essere più “piccola”, del non voler essere “media” e del non poter essere ancora “grande”. È un disagio del suo piccolo essere, del non avere un ruolo familiare sociale preciso, perché sta crescendo e crescere è una sfida continua, anche se alla fine sa che crescere rende autonomi e forti come Papà Orso. Ma nella stessa storia un’altra bambina potrebbe proiettare le sue difficoltà nell’accettare il fatto che l’arrivo di un fratellino più piccolo, in questo caso Orsetto, ha usurpato l’affetto dei suoi genitori, che prima era esclusivamente suo, o il disagio nel dover ricoprire ora un ruolo di responsabilità nei confronti del fratellino.

Illustrazione di Chiara Fedele

Illustrazione di Chiara Fedele

Se il cuore dell’adulto a questo punto sta palpitando, dopo aver letto queste righe, probabilmente è perché sta interrogando dal punto di vista esistenziale la fiaba della buonanotte preferita dal figlio o dalla figlia. Ma il cuore di qualcun altro potrebbe palpitare invece perché si è calato lui per primo nella situazione della storia e identificato in uno dei personaggi: magari in quello di Papà Orso o Mamma Orsa.

Le storie sono infatti delle esperienze, tanto per il bambino quanto per l’adulto, anzi è la dimensione all’interno della quale si incontrano e vengono rappresentate le esistenze di entrambi, in tutti i loro aspetti problematici. È una realtà senza sconti che coinvolge entrambi allo stesso modo: l’amore, l’abbandono, la gelosia, la separazione, il bisogno di essere amati, la paura, la vecchiaia, la morte. Come dice Calvino nell’introduzione alle sue “Fiabe italiane”, le fiabe sono vere perché forniscono in forma simbolica una spiegazione generale della vita. Non è un caso che le fiabe popolari trasmesse nei secoli oralmente fossero indirizzate soprattutto agli adulti e non ai bambini: quale bambino dormirebbe sonni tranquilli se gli raccontate la versione originale di una delle fiabe dei Fratelli Grimm?

Le storie, dai miti antichi alle fiabe, per secoli sono state il luogo in cui l’esperienza dell’individuo incrociava ciclicamente quella della sua comunità di appartenenza. Storie che venivano messe in scena per essere rielaborate alla luce degli avvenimenti e della storia di quella comunità, del suo destino comune, ricomposte e riorganizzate per essere tramandate alle generazioni più giovani. Questo grazie anche alla tradizione orale, più teatrale e sensoriale, che nulla fissa per iscritto e si predispone a mutare percorsi di lettura, montaggi, equilibri del racconto. E così è stato fino al secolo scorso. Mio nonno era solito raccontarmi di quando alla sera le famiglie contadine del paese si ritrovavano nelle stalle per chiacchierare e raccontare storie e fiabe intorno al fuoco che serviva a riscaldare le fredde notti invernali, quando il riscaldamento nelle case non c’era. Quello che sapeva leggere, il “contastorie”, raccontava una storia o un libro a puntate. Gli altri, aggiungevano al racconto le loro esperienze personali e questo rito nel tempo generava una consapevolezza e una coscienza comune. Questa usanza, nella mia regione di origine, il Veneto, era chiamata “Far filò”, luogo dove le donne filavano la lana, ma anche dove si tessevano storie, trame e si costruiva un tessuto culturale comune (di nuovo il textum!).

Oggi non abbiamo più le stalle, nelle nostre case c’è il riscaldamento, l’elettricità pure, la nostra comunità di riferimento è il nucleo familiare: il “filò” per gli adulti si chiama nella maggioranza dei casi “televisione”, per i bambini più piccoli “favola della buonanotte”. In entrambi casi ci vengono raccontate delle storie, ma il confronto con la realtà, avviene in spazi discreti, isolati, sconnessi da una matrice narrativa ed esistenziale comune. Se l’adulto preferisce relegare esclusivamente le fiabe al mondo dell’infanzia, probabilmente è perché non vuole accettare di confrontarsi con la propria realtà e metterla sullo stesso piano di quella dei figli, proprio lì dove invece si apre una grande opportunità di dialogo e crescita per entrambi. E così la televisione serale, che per l’adulto è il “contastorie” di riferimento di una comunità adulta allargata, spesso diventa un’esperienza esclusiva dei genitori, da cui i figli vengono esclusi.

Parliamo di libri, di televisione, ma potremmo parlare anche di computer, tablet e smartphone: oggi lo schermo va sostituendosi alla pagina. Non è importante quale sia il “contastorie” tecnologico di turno, il problema a monte è che le storie individuali non si parlano, sono esperienze isolate, spesso passive e virtuali, non possono essere vissute come un’esperienza reale comune dove mettere in gioco i propri problemi nel rito del “facciamo finta che” dei bambini. I bambini da questo punto di vista ci stanno insegnando molto: la storia deve poter uscire dalla gabbia dello schermo e della pagina, prendere vita, interagire con il nostro mondo perché una storia è prima di tutto un’esperienza come lo è sempre stata fin dalle sue origini. Le storie conservano un principio in base al quale la narrazione ha avuto un ruolo centrale nel corso dei secoli: quella di conservare e far rivivere la cultura e i valori di una comunità.

Quello che dobbiamo recuperare nelle nostre famiglie è proprio la dimensione del “filò”, uno spazio di condivisione personale e familiare, nostro e dei nostri figli, che si racconta, a noi e a loro, e che vuole riascoltarsi ritualmente attraverso la narrazione di una storia che coinvolge tutti e diventa esperienza esistenziale comune, una storia che diventa la nostra storia, in grado di trasmettere ai nostri figli le sue sfide e i suoi valori.

Chiudiamo la televisione e viviamo assieme a nostro figlio in pieno l’esperienza della storia della buona notte!

Ugo Guidolin

Ugo Guidolin

Conosciuto anche come Oogo, che era l'unico modo di far pronunciare il suo nome a un computer con i fonemi inglesi nel 1989, è affetto dalla sindrome di Peter Pan e ritiene che per essere Grandi non bisogna essere per forza grandi. Ha scritto un sacco di storie per i bambini digitali a partire da "Wolfgang il Cyberlupo" (Mondadori, 1995), ma solo una per i bambini di carta: "Sybo il mio amico stratosferico" (Edizioni Paoline, 2010). È Head Of Design e Partner di Koo-koo Books e insegna pure all'Università (Antropologia Culturale dei Media Digitali).