Non esistono schermi buoni o schermi cattivi, esistono solo bravi educatori!

Non esistono schermi buoni o schermi cattivi, esistono solo bravi educatori!

Stimolato da una riflessione lanciata da Anna Pisapia su Facebook su un articolo di Repubblica di Elena Dusi dal titolo “Ogni giorno otto ore al tablet: per i piccoli è una droga”, mi rendo conto che come al solito l’informazione rischia di diventare disinformazione, o meglio di peggiorare l’accesso critico ai temi dell’educazione ai nuovi media, dividendo l’opinione pubblica agli estremi di un campo di battaglia tra apocalittici digitali e techno-fan, ovvero tra chi come extrema ratio sarà portato a decidere se censurare qualsiasi dispositivo elettronico ai propri figli o se invece lasciarli liberi di usare in maniera arbitraria questi strumenti. In ambedue i casi il risultato sarà lo stesso: avremo creato comunque in loro un disagio sociale di qualche entità. Molti genitori vengono indotti, infatti, come sembra suggerire non troppo velatamente nell’articolo anche un esperto psicoterapeuta come Fulvio Scaparro, a pensare che la scelta in definitiva da fare per il bene dei propri figli sia tra una vita trascorsa all’aria aperta tra gli alberi, il verde e gli insetti e di contro una vita chiusa nella cameretta tra videogiochi, internet e tv. È una dicotomia che non ha senso! Perché presuppone che un bambino o un giovane non debba poter affrontare quanto la vita e il mondo esterno oggi gli pongono davanti, ossia un mix esistenziale fatto di esperienze e relazioni a 360°, tanto reali quanto virtuali e questo può risultare tutt’altro che negativo se guidato in modo consapevole. Precludere l’una o l’altra strada, al contrario, significa in ogni caso favorire la crescita di disadattati sociali (per coglierne gli effetti potreste leggere la storia dell’amichetto  “catatodico” di mia figlia).

Anche noi spesso abbiamo parlato in questo blog di quali siano i rischi legati alla crescita del bambino nell’uso di tablet, smartphone e pc. Ne abbiamo parlato qui, qui e ultimamente anche qui. D’un tratto però mi accorgo che, per quanto abbiamo cercato di mantenere un equilibrio nel considerare sempre che, nonostante i rischi, l’accesso dei più giovani a questi nuovi spazi virtuali è un dato di fatto e che quindi bisogna prendere in considerazione anche questo tipo di realtà sociale nel processo educativo che i genitori offrono ai loro figli, tuttavia in queste analisi ci siamo fermati spesso a considerarne maggiormente gli esempi e gli aspetti più negativi, invece che quelli positivi e a offrire poche soluzioni o applicazioni pratiche.

Ecco allora che faccio ammenda e cerco di dare ordine proponendovi tre grandi benefici che possono derivare a noi e ai nostri figli dall’assunzione di un po’ di strumenti digitali, spezzando così anche un lancia in favore di un pensiero più positivo, perché, come ho detto spesso, non esistono schermi buoni o schermi cattivi, esistono solo bravi educatori!

#1  Apprendere con il coviewing

Il primo fattore positivo che vorrei sottolineare è il coviewing che è la possibilità di trascorrere del tempo assieme ai propri figli davanti a uno schermo per guardare la tv, un film o giocare assieme. Una ricerca interessante in questo senso è quella del Center on Media and Child Health di Boston la cui missione è proprio quella di educare e responsabilizzare chi si occupa di infanzia ad un uso consapevole dei nuovi media tale da garantire una crescita armoniosa e salutare dei bambini. In uno dei loro studi emerge come il coviewing abbia diversi vantaggi nello sviluppo e nella crescita di un bambino, aumentando le sue attitudini all’apprendimento e all’argomentazione, e stemperando la sua aggressività e le sue paure e questo può essere applicato anche all’uso che fa di tablet e smartphone.

Quello che emerge dalle loro ricerche è che ciò che imparano i bambini dai nuovi media digitali dipende molto dal tipo di contenuto, ma ancor di più dal contesto in cui quei contenuti vengono utilizzati e dalle persone che interagiscono in quel processo.

L’adulto può, infatti, intervenire di volta in volta con delle domande per assicurarsi che il bambino abbia compreso il messaggio che è stato dato dal gioco o dall’app che si sta utilizzando e per approfondirne alcuni aspetti. Se il bambino non ha compreso i concetti o non individua i fatti espressi, può essere utile ricondurli a contesti e metafore a lui più familiari, che riguardano il suo mondo, in grado di motivare maggiormente la sua attenzione e agevolare in questo modo da parte sua una lettura più critica, abilitare un confronto dialettico con lui e rispondere alle domande che a quel punto alimenteranno la sua curiosità e volontà di approfondire. Compito principale dell’adulto sarà ovviamente cercare di assecondare gli interessi specifici del bambino scegliendo app e contenuti online in grado di stimolare la sua curiosità.

Dal punto di vista metaforico lo storytelling diventa uno strumento indispensabile per stimolare l’apprendimento dei bambini, perché per un bambino è molto più facile questo esercizio: “il bambino è più abituato dell’adulto a costruire storie, creare personaggi, inventare situazioni e contesti narrativi. I bambini giocano sempre a fare finta che.” Il concept di “Io sono un Supereroe” e di “Riccioli d’Oro” si basa proprio su questo: far uscire la storia dalla pagina e dallo schermo per trasformarla in un’esperienza per genitori e bambini da vivere assieme.

Un’importante ricerca di SRI International ha poi dimostrato che l’apprendimento ludico attraverso gli strumenti digitali può aumentare in media le competenze cognitive dei bambini del 12%.

App come “Dragonbox” abilitano i più piccoli a comprendere facilmente le meccaniche base dell’algebra, e app come “Montessori Crosswords” o la collana “Abbiccì” li aiutano a sviluppare le loro competenze linguistiche e fonologiche in età prescolare, facendo leva sulle dinamiche del game-based learning.

#2 Apprendere attraverso la simulazione

Talvolta anche un videogioco può essere utile ad alimentare il bagaglio cognitivo dei bambini, soprattutto se si tratta di un gioco di simulazione come, per esempio, molte delle app pubblicate da Toca Boca. I giochi di simulazione spingono infatti i bambini a confrontarsi direttamente con esperienza reali e ad attivare e mettere assieme immediatamente le loro conoscenze e competenze per arrivare di volta in volta a trovare una soluzione e superare un problema.

Ricordo quando mia figlia una giorno mi chiese: “Papà, cos’è un mutuo?”. Non è normale sentire una bambina di 10 anni farti una domanda di questo calibro, ma glielo spiegai e poi le chiesi: “Ma perché mi hai chiesto cos’è un mutuo?”. Stava giocando con “Animal Crossing”, un celebre videogioco per Nintendo DS, e doveva crearsi un’attività, comprarsi una casa e affrontare i problemi di sopravvivenza ordinari di ogni giorno in un mondo simpatico e surreale di animaletti fantastici. E lì entrava in gioco anche il mutuo. Attraverso una vita simulata in qualche modo era portata a dare un valore ai beni che produceva e vendeva, e in quel mondo fittizio stava imparando i principi base utili a garantirsi autonomamente una stabilità, un’autonomia e un’indipendenza nella vita. Questo non è solo un incentivo alla crescita, ma anche un piccolo traguardo per l’autostima e l’autonomia personali. Compito dell’adulto, in questo caso, sarà maggiormente –  come dice Mara Padovan, pedagogista e psicologa dell’infanzia – quello di “regista e osservatore, ruoli fondamentali per garantire quella giusta distanza che permette al bambino di conquistarsi il ruolo di maestro del suo apprendimento e all’adulto di essere un educatore attento e rispettoso del mondo interno del bambino, capace di prendersi cura di lui con più efficacia.”

#3 Esperienze digitali che diventano reali

Più volte ho cercato di sottolineare come l’esperienza digitale sia un’esperienza reale che i bambini devono poter usare veramente e condividere con gli altri. È un po’ la mia fissa! Il ritorno a forme di interazione più immediate degli strumenti elettronici che implicano azioni e comportamenti più naturali come toccare, scivolare, scorrere, sfogliare, hanno reso i mondi virtuali più connaturati con quello reale. Accelerometri, oscilloscopi, GPS, superfici touch rendono di fatto i nostri smartphone un’estensione e una proiezione del nostro corpo all’interno del mondo virtuale e interconnesso della rete. Console di videogiochi come la Wii e X-Box hanno restituito una corporeità al giocatore che ora non deve più preoccuparsi di associare le combinazioni dei tasti di un joypad alle azioni del suo avatar, ma è sufficiente semplicemente e naturalmente che esegua l’azione che vuole con il proprio corpo e questo consente ai più piccoli di utilizzare più naturalmente anche i nuovi dispositivi digitali.

Questa nuova prospettiva apre ovviamente nuove sfide al coviewing, offrendo ai bambini e agli adulti un’attività di co-playing, in cui il divertirsi a video non è più un fattore di isolamento, ma diventa al contrario occasione di relazione, condivisione e socializzazione. Questo può avvenire sia nel caso in cui genitori e figli giocano assieme al bowling davanti alla televisione con una Wii, sia che due o tre bambini si ritrovino a giocare e divertirsi a creare assieme sullo stesso schermo di un tablet dei gatti un po’ hypster, come avviene nel caso dell’app “Williamspurrrrg” che per giocare richiede l’uso di più di 5 dita contemporaneamente.

Anche un’app come “Fingle” in cui 2 giocatori devono trascinare nello stesso tempo 5 pulsanti di uguale colore nella direzione corrispondente incrociando e toccandosi le dita su uno schermo, può favorire non solo un divertimento intimo tra un genitore e suo figlio, ma anche la confidenza tra due piccoli amici un po’ timidi che hanno bisogno di rompere un po’ il ghiaccio e conoscersi meglio. Non stiamo parlando ovviamente di far apprendere loro competenze di tipo cognitivo come negli altri casi, ma stiamo offrendo loro la capacità di interpretare lo schermo non come uno spazio di isolamento, o di relazione fittizia, ma anche e soprattutto come una reale esperienza di condivisione, uno spazio più di socializzazione vera e propria che non un semplice connettore sociale. Ho già avuto modo di spiegare come sia importante sviluppare nei bambini la consapevolezza della cornice che separa il loro mondo reale da quello virtuale e suggerito alcuni consigli e giochi  utili da fare con loro.

Come avrete ormai compreso bene, l’utilizzo di strumenti digitali può essere molto efficace sull’apprendimento dei bambini, ma come diverse ricerche ormai hanno già ampiamente dimostrato, funzionano meglio quando genitori e figli giocano assieme: questo è il nuovo coviewing e i ricercatori lo definiscono già da tempo Joint Media Engagement.

La mediazione restrittiva

Il Cooney Center, in particolare, un laboratorio di ricerca e sviluppo sulle tendenze e le modalità di apprendimento in rapporto all’emergere di nuove tecnologie, in una ricerca di qualche anno fa ci spiega le tre modalità di mediazione che genitori ed educatori dovrebbero applicare in rapporto all’uso che i figli fanno degli “schermi” e che abbiamo già descritto in parte in precedenza applicandole anche ai media digitali: mediazione istruttiva (come apprendere con il coviewing), social coviewing (come apprendere con la simulazione) e da ultimo la mediazione restrittiva.

Quest’ultima è il sistema di regole che l’adulto definisce per regolamentare ai bambini l’utilizzo di uno schermo, sia questo la tv, un tablet, un computer o uno smartphone. Le regole stabiliscono delle restrizioni sia in termini di tempo di utilizzo quotidiano di ogni dispositivo, sia in termini di contenuti che il bambino può consultare. Nel primo caso, spetta ovviamente al genitore stabilire quale sia il tempo massimo che i figli possono trascorrere ogni giorno davanti a uno schermo (sulla base dei dati potremmo ipotizzare 2 o 3 ore), ma occorre anche considerare che i bambini vedono che gli adulti al contrario usano lo smartphone o il computer tutto il giorno. Non sapendo cosa l’adulto ci fa, possono pensare che sia lecito da grandi giocare e divertirsi tutto il giorno su uno schermo: l’accesso illimitato ai media è uno dei marcatori della vita adulta, e come tale ai bambini va spiegato bene il perché, così come spieghiamo loro perché andiamo a letto più tardi per guardare la televisione e loro no.

Ugo Guidolin

Ugo Guidolin

Conosciuto anche come Oogo, che era l'unico modo di far pronunciare il suo nome a un computer con i fonemi inglesi nel 1989, è affetto dalla sindrome di Peter Pan e ritiene che per essere Grandi non bisogna essere per forza grandi. Ha scritto un sacco di storie per i bambini digitali a partire da "Wolfgang il Cyberlupo" (Mondadori, 1995), ma solo una per i bambini di carta: "Sybo il mio amico stratosferico" (Edizioni Paoline, 2010). È Head Of Design e Partner di Koo-koo Books e insegna pure all'Università (Antropologia Culturale dei Media Digitali).