Un amore che fa la differenza

Un amore che fa la differenza

Quando penso alle difficoltà che comporta oggi essere dei genitori mi viene sempre in mente lo sketch del famoso comico americano C.K. Louis, in cui un papà cerca di rispondere a una vera e propria raffica di “perchè” che gli vengono letteralmente inferti dalla figlia. Il tutto parte da una domanda semplice: “Papà possiamo uscire a giocare?” a cui segue un “No” e da lì un’escalation comica di risposte e spiegazioni sempre più complesse che spostano sempre più la domanda esistenziale dalla figlia al genitore.

Il finale è la chicca che chiude il piccolo confronto tra padre e figlia e mette finalmente in pace l’ansia di sapere della bambina. Quindi prima di anticiparvela qui di seguito, vi consiglio veramente di vedere tutto il filmato (se odiate la pubblicità prima del video come me, potete vederlo qui su YouTube).

Ogni volta che lo vedo penso che mio papà deve aver avuto vita più facile del personaggio di C.K. Louis. L’autorità simbolica, ovvero l’autorevolezza e il ruolo che la società conferiva ai padri di 30-40 anni fa erano un sostegno essenziale alla loro azione educativa e al modo in cui affrontavano il conflitto generazionale. A maggior ragione se pensiamo che la nostra è stata una generazione di figli fondamentalmente più critica nei confronti dell’autorità dei genitori e più sfiduciata in generale nei confronti dei valori e delle istituzioni. E tanto abbiamo sfatato gli antichi miti da ritrovarci alla fine senza un senso dell’orizzonte e dell’avvenire a cui appoggiare il nostro destino e quello dei nostri figli, ed ecco il finale del filmato, quasi più malinconico che divertente: “Perchè Dio è morto, e noi siamo da soli”.

Premetto che non ho assolutamente nessuna nostalgia dell’antica figura autoritaria del pater familias o del padre-eroe: questa abbiamo già avuto modo di metterla in discussione allora. Non ci sono più nemmeno le premesse sociologiche perchè abbia un senso parlare ancora oggi di quell’idea di padre. Il problema di oggi è piuttosto l’opposto, quella che Lacan definisce l’evaporazione del padre, ossia della funzione paterna, che nel suo significato antropologico è quella di separare il bambino dalla madre, dallo stato di dipendenza, per intraprendere un cammino autonomo e consapevole. Questo è anche quello che trasmettiamo ai nostri bambini attraverso le storie classiche che il tempo ci ha tramandato e raccontiamo loro la sera prima della buonanotte, come abbiamo già avuto modo di analizzare, per esempio, con la storia di Riccioli d’Oro.

Massimo Recalcati – in quello splendido libro che è “Il complesso di Telemaco” – dice che quello che vivono i nostri figli “è il rovesciamento del complesso di Edipo. Edipo viveva il proprio padre come un rivale, come un ostacolo sulla propria strada. […] Telemaco invece, […] guarda il mare, scruta l’orizzonte. Aspetta che la nave di suo padre – che non ha mai conosciuto – ritorni per riportare la Legge nella sua isola dominata dai Proci che gli hanno occupato la casa e che godono impunemente e senza ritegno delle sue proprietà”. Se Edipo incarna la trasgressione della Legge, Telemaco incarna l’invocazione della Legge e spera che nel ritorno del padre “vi sia ancora una giustizia più giusta per Itaca”.

E già qui dovremmo interrogarci come padri, ma più in generale come genitori: chi sta occupando “impunemente” lo spazio di crescita dei nostri figli e della loro educazione? Quali speranze e prospettive vengono loro ispirate nel momento di entrare in rapporto con il mondo? Lo sguardo di Telemaco si perde oggi difronte a un mare confuso di immagini fatte di violenza, di soppraffazione, di soddisfazione del bisogno immediato, dove gli eroi sono spesso degli assassini truccati da vecchina buona che ti porgono una mela avvelenata o – come nella “Notte dei Proci” – tali da confondere l’amore con il potere e barattarlo con una cultura di puro e totale godimento in cui qualsiasi valore, affetto, relazione vengono ridotti a un’emozione individualistica a basso consumo, facile, veloce, istintiva. Un mondo dove dovere è una parola scomoda e il diritto è semplicemente acquisito.

Alla fine, come dice il padre interpretato da Louis C.K., “le cose vanno così, dio è morto e siamo rimasti soli”. È come se cercasse di dire a sua figlia che non sa come spiegarle un dio che non c’è più, ovvero una qualche struttura di valori che possa restituire ordine al mondo e un senso alle cose, che non riuscirà a portarle una Legge che ponga dei limiti a un godimento di facile consumo per restituirle una felicità che conferisca un senso più universale alla sua vita. E così, se muore dio, muore anche il ruolo-simbolo del padre che per secoli è stato quello, non di essere la Legge, ma semplicemente di rispettarla e tramandarla ai figli educandoli e spingendoli a trovare il loro giusto posto nel mondo.

E mentre la famiglia si sfalda, attorno al dissolversi della figura simbolica del padre, l’educazione dei nostri figli ci viene sfilata di mano dalla snack culture dei media e ora perfino dalle istituzioni. Un caso esemplare è proprio quello che sta succedendo in questi giorni in merito all’accesa diatriba sul gender in cui problemi molto gravi, importanti e delicati come la questione del femminicidio e della discriminazione contro gli omosessuali diventano invece strumentalizzazioni finalizzate a intervenire pubblicamente su una cosa molto privata e familiare che è l’educazione affettiva e sessuale dei figli.

Mai come oggi è necessario tornare a riappropriarci dell’educazione dei nostri figli: la famiglia non può ridursi ad essere solo uno strumento di riproduzione biologica dell’individuo. È il luogo dove i figli devono crescere nella loro dimensione affettiva sperimentando l’amore e l’unione di due cause opposte e complementari, dove il problema non è l’indifferenziazione dei generi, ma dove – per citare il pedagogista Giuseppe Mari – padre e madre “sono diversi come identità ma sono identici come dignità”. Non c’è educazione più grande al rispetto della diversità, dell’amore di due genitori.

Riappropriamoci dell’educazione dei nostri figli

Ugo Guidolin

Ugo Guidolin

Conosciuto anche come Oogo, che era l'unico modo di far pronunciare il suo nome a un computer con i fonemi inglesi nel 1989, è affetto dalla sindrome di Peter Pan e ritiene che per essere Grandi non bisogna essere per forza grandi. Ha scritto un sacco di storie per i bambini digitali a partire da "Wolfgang il Cyberlupo" (Mondadori, 1995), ma solo una per i bambini di carta: "Sybo il mio amico stratosferico" (Edizioni Paoline, 2010). È Head Of Design e Partner di Koo-koo Books e insegna pure all'Università (Antropologia Culturale dei Media Digitali).