Una storia per raccontare l’era digitale ai bambini

Una storia per raccontare l’era digitale ai bambini

Le streghe esistono e si radunano di notte sui grandi alberi isolati in mezzo ai campi e avvolgono la Terra in una grande ragnatela: un capo del filo lo tengono in mano, l’altro passa su tutti gli alberi del mondo. Insofferenti come sono di essere spiate, le streghe sono capaci di vendicarsiDa un'antica leggenda africana

Cinque anni fa usciva nelle librerie l’unica storia di carta per ragazzi che ho scritto. Quando ho cominciato a scriverla pensavo sempre a come potevo raccontare a ragazzi di 6-11 anni l’era di grande trasformazione che stavano vivendo e come l’introduzione delle tecnologie digitali nella loro vita quotidiana stava mutando di fatto il loro modo di vivere, di pensare e di relazionarsi in rapporto a un’evoluzione antropologica che assottiglia sempre più il reale e lo proietta e moltiplica anche all’interno di mondi virtuali. Mondi dove la virtualità può anche annullare o modificare la realtà. Sono i temi che sfidano quotidianamente i miei studi e le mie ricerche, e volevo trovare il modo di trasmettere a loro la possibilità di ragionare sul senso di questa trasformazione, dare a loro gli strumenti simbolici per la visione d’insieme di una matrice di bit che, come puntini da unire su un foglio, deve ricondurre a unità il tutto attraverso l’immaginazione. E cosa più di una grande favola può fare questo? Il risultato è stato “Sybo, il mio amico stratosferico”, una storia surreale di tre mondi e vite separati fra loro che alla fine riescono armoniosamente a trovare unità oltre il tempo e lo spazio.

Il racconto gira attorno alle storie di tre bambini diversi tra loro e collocati in tre fasi temporali distinte: Milo, bambino occidentale moderno che vive nel tempo presente, Sybo, bambino del futuro e Ayana, bambina africana che si colloca in un preciso momento storico della storia a metà fra le storie degli altri due di cui ne costituisce indirettamente una specie di trait d’union.

Milo è il protagonista della storia. È svogliatamente intrattenuto da baby-sitter tecnologici, come la televisione, le console di videogiochi. La sua unica preoccupazione è soddisfare i bisogni del momento e trovare i giusti escamotage per raggiungere l’obiettivo. Anche i genitori, ai suoi occhi, sono dei fenomeni tecnologici, dei robot incapaci di comunicare veramente con lui, di dare spazio a qualcosa che esca dal rigore della meccanicità, dell’abitudinarietà che incanala vorticosamente le loro giornate all’interno degli stessi schemi predefiniti.

Tra tutti i fenomeni incredibili di questo mondo, i più sorprendenti sono sicuramente la mia mamma e il mio papà. In qualsiasi momento della giornata devono sempre fare qualcosa. […] C’è un’ora per svegliarsi, un’ora per mangiare, un’ora per andare a lavorare, un’ora per andare in palestra, un’ora per fare i compiti, un’ora per guardare la televisione, un’ora per dormire. Per mamma e papà esiste sempre un’ora esatta per ogni cosa: decide tutto l’orologio! Devono essere per forza dei robot, non fosse altro per il fatto che alla sera sono soliti dire: “Ora devo proprio andare a letto, devo ricaricare le batterie!”. Come non capirli d’altronde? Passano tutta la giornata indaffarati a incasellare freneticamente ogni impegno nel giusto orario.

Quella di Milo e dei suoi genitori rappresenta la dimensione pragmatica, analitica, meccanica del moderno vivere dell’uomo occidentale in cui si perde l’attenzione per una comprensione unitaria del mondo e si vive sul contingente, sull’istante (la regola dell’orologio). L’uomo meccanico finisce con l’essere individualista: divide gli spazi, separa i territori, sia quelli fisici che quelli culturali, crea divisioni.

Sybo, il bambino che dal futuro contatta a sorpresa il protagonista intrufolandosi nell’avventura di un videogioco, è la proiezione futura delle condizioni di Milo: vive in un’era digitale avanzata che paradossalmente ha portato ai massimi sistemi la separazione dei territori verso una divisione in veri e propri mondi individuali. Gli spazi abitativi di Aera – il mondo in cui vive Sybo – sono infatti sospesi alle estremità di enormi fusti meccanici arborescenti che si innalzano fino alla stratosfera e separano il mondo superiore da quello inferiore. Un arcipelago di isole sospese in cui i domi, le abitazioni, sono tecnologie sofisticate e intelligenti, una sorta di mamme hi-tech che soddisfano nel loro grembo qualsiasi esigenza abbia il loro abitante. Sono i terminali di questa rete sociale interconnessa che da un lato isola la sfera individuale del singolo, e dall’altro ha organizzato le loro relazioni sociali all’interno di un sistema di connessioni in rete. È una gigantesca tribù, come quella di Ayana, ma digitale, artificiale, mediatica. Sybo vive solo e nello stesso tempo con tutti, ma il suo rapporto col mondo è solipsistico.

I terrestri non riuscirono più a controllare i loro rifiuti e questi finirono col produrre sostanze infette che resero il clima della Terra letale per gli uomini stessi! […] Fatto sta che in quel periodo buio gli uomini rimasero soli, ingabbiati nelle proprie case, con gli occhi incollati a uno schermo e le dita su una tastiera. Nessuno sapeva più a cosa credere e a cosa no, perchè non aveva più contatti con la realtà e così non rimase argomento migliore su cui dibattere del… niente!

L’immagine metaforica è una divisione netta in senso verticale tra nord e sud del mondo. Il sud è Terra e il nord è Aera, e una fitta ragnatela – il Grid che mette in comunicazione tutti i domi – divide i due mondi. Ad ogni fusto di Aera corrisponde un albero di Terra, da cui il fusto trae la linfa vitale per alimentare la vita superiore. Sybo, però, non pensa nemmeno che esista un mondo sotterraneo alla rete. Milo, invece, proiettato nel domo di Sybo si chiede che fine ha fatto la Terra sottostante.
Un giorno un piccolo ragno elettronico, di quelli che trasferiscono velocemente le informazioni lungo il Grid, di nome Bik e amico  di Sybo raggiunge i due amici e trasmette loro un’informazione che lascia sbigottito Sybo, ma che al contrario fuga i dubbi di Milo.

Bik sollevò le alette e cominciò a diffondere un dolce canto di bambina nella stanza. Non c’erano strumenti musicali ad accompagnare il canto, ma solo un suono di foglie mosse da un sottile vento leggero e il cinguettio degli uccelli sullo sfondo. Per il resto c’era solo la voce fievole e semplice di una bimba che cantava una dolce nenia fatta di parole poco comprensibili e sussurrate che dicevano: Tue tue, barima tue tue abofra ba a ma da wa da wa…

I due ragazzi scoprono che esiste qualcuno o qualcosa sotto il Grid, ma l’unico modo per arrivarci è penetrare nella Wiccateca, una sorta di grande ufficio postale planetario che si occupa appunto di organizzare e trasferire tutto il sapere del mondo ai domi . Devono quindi fuggire dal domo e raggiungere la Grande Torre. Tra mille peripezie e stratagemmi riescono a sfuggire alle insidie delle Wicche, creature terribili che governano il Grid e selezionano, archiviano e smistano le informazioni, tenendo nascoste molte informazioni in un’archivio segreto. Alla fine, riuscendo a fuggire definitivamente da Aera attraverso la porta dell’Axis Mundi, i due ragazzi raggiungono Terra dove incontrano ai piedi di un baobab Ayana.

Ayana è una bambina africana e muove indirettamente i fili dell’avventura degli altri due dopo aver inviato il suo canto oltre il tempo e lo spazio attraverso un messaggio radio.

“Che te ne fai della radio?” chiesi incuriosito ad Ayana. “Diffondo il mio canto nel cielo! Me l’ha lasciata un anziano signore dalla pelle bianca e dalla barba lunga. Mi disse: Tienila! Ti aiuterà a parlare con le stelle. […] Lassù possiamo ascoltarci tutti. Ascoltiamo la stessa musica con danze e ritmi diversi”

Ayana, a differenza di Milo e Sybo, vive ancora all’interno di un sistema dove la visione del mondo ai piedi dell’albero è unitaria e rivive all’interno di un mito, di riti e simboli (dal greco sin-balléin, unire, vs. dia-ballein, dividere) comuni.

È un divario culturale, cognitivo, antropologico quello che viene colmato dall’amicizia tra i tre amici e questo vuole essere il focus del racconto e muovere le riflessioni sul cambiamento in atto. Nella loro relazione si ristabilisce l’unità dialettica di un sistema di relazione sociale e umano che è quello della comunità educante, la comunità di Ayana così come una famiglia, che deve ritrovare le sue radici culturali all’interno di un mito, una storia che rivive ritualmente attraverso le esperienze dei suoi componenti e trasmette così ai figli di quella comunità i suoi valori e i suoi simboli.

Perchè diversamente, nella nostra società, il mito diviso dal simbolo e dal rito diventa solo prodotto culturale non specchio esistenziale attraverso il quale riflettere sulla condizione umana, su cosa è buono e cosa è cattivo, cosa è giusto e cosa è sbagliato, su chi siamo e chi non siamo; il rito disgiunto dal mito e dai simboli diventa solo la regola dell’orologio, un appagamento di bisogni immediati e materiali; il simbolo disgiunto dal mito e dal rito diventa dogma, ci dice del “cosa”, ma poco del “come” e quasi nulla del “perchè”.

Io e Sybo scoppiammo a ridere! Eravamo incantati dalle parole pacate di Ayana. E pensavo anche al mio mondo passato, ora così lontano. Nella mia mente scorrevano le immagini di persone tristi e sole, ingabbiate nel traffico della metropoli, negli abitacoli o nei loro cubicoli all’interno di città fatte di palafitte di cemento armato. E poi gli occhi stanchi di mia madre. E poi il silenzio, che seguiva sempre alle mie domande. «Tuttavia non sempre quello che accade alla luce del sole corrisponde a quello che si trama nella notte…» continuò poi Ayana. «Cosa vuoi dire Ayana?» le chiesi. «Lo dice un’antica leggenda africana. In realtà, nessuno più ci crede veramente. Fatto sta che nessuno ne parla». «Raccontaci questa leggenda…» le chiese allora Sybo. «Beh, la leggenda racconta che le streghe esistono! Si radunano di notte nei grandi alberi isolati in mezzo ai campi per avvolgere la Terra in una grande ragnatela. Un capo del filo lo tengono in mano, l’altro passa su tutti gli alberi del mondo. Ma guai a spiarle! Insofferenti come sono, quando se ne accorgono son capaci di mandare su di te disordini e discordie!»

UGO GUIDOLIN

Sybo il mio amico stratosferico

  • Destinatari: Bambini e ragazzi 6-11 anni, educatori, insegnanti
  • Collana: Mi riguarda
  • Anno: 2010
  • ISBN: 9788831537353
  • Edizioni Paoline, Milano, 2010

Ugo Guidolin

Ugo Guidolin

Conosciuto anche come Oogo, che era l'unico modo di far pronunciare il suo nome a un computer con i fonemi inglesi nel 1989, è affetto dalla sindrome di Peter Pan e ritiene che per essere Grandi non bisogna essere per forza grandi. Ha scritto un sacco di storie per i bambini digitali a partire da "Wolfgang il Cyberlupo" (Mondadori, 1995), ma solo una per i bambini di carta: "Sybo il mio amico stratosferico" (Edizioni Paoline, 2010). È Head Of Design e Partner di Koo-koo Books e insegna pure all'Università (Antropologia Culturale dei Media Digitali).